Anna

Parto dagli angoli, proprio come mi hai insegnato tu. Passo la pezza sul marmo freddo e le ragnatele che si annidano sempre negli stessi luoghi e pulisco con energia, perch? la superficie possa riflettere al meglio la luce di questo tiepido sole. ? lo stesso che filtrava dalla finestra della mia cameretta mentre tu mi guardavi da lontano. Eri come un angelo custode, che prima di dire la cosa giusta, faceva fare a me quella sbagliata, per insegnarmi il valore degli errori, oltre che di un letto ben ordinato in cui dormire.
?Non puoi pensare di sistemare il caos che combini di notte semplicemente stiracchiando un po? le lenzuola? mi hai detto ?Devi disfare tutto, completamente, per ricomporlo pezzo per pezzo?.
Io ho sbuffato perch? ancora non volevo capirlo che le scorciatoie spesso sono il miglior modo per allungare le strade. Prima che mettessi mani al disastro che avevo fatto, hai aggiunto ?E mi raccomando agli angoli, che siano ben stesi, altrimenti ti daranno fastidio tutta la notte?.

Lezione imparata, mamma: ? da l? che sono partita oggi, perch? quelle ragnatele non potessero pi? darti fastidio.

Sposto la pezza sulla tua foto, ben protetta dalla cornice e dal vetro, che ha preservato la tua giovinezza in tutti questi anni. Sei pi? giovane di me, se guardo bene, pi? bella, con il trucco ordinato e i capelli tagliati da poco. Ogni movimento della mia mano, mi ricorda quelli delle tue, mentre stringevi i pennelli tra le dita.
Stavi in piedi, vicino al balcone, e ogni tanto lanciavi un?occhiata fuori, come a cercare un briciolo di ispirazione che ti permettesse di iniziare a dipingere. Il ritorno dei pescatori tra onde scure, le mogli intente a raccogliere i frutti maturi degli alberi, benestanti signore orientali impreziosite da ori di tutti i tipi e valorosi guerrieri dalle spade sottili e affilate: i tuoi quadri parlavano dei posti lontani che la tua mente riusciva a raggiungere, e della realt? che i tuoi occhi masticavano per trasformarla in tempere e oli. Mi incantavo a guardarti, anche quando hai fatto quel quadro che adesso tengo nel mio salotto, di cui sono protagonista. Ho odiato quel taglio di capelli con tutta me stessa? eppure vista attraverso la tua arte, non ero poi cos? male.
Mi sembra di fare come facevi tu con la tela: ogni volta che la mia mano passa sul tuo viso per togliere la polvere, ? come se in realt? stessi disegnando le tue linee, riempiendole di colore. Come se le mie mani fossero le tue.

Incastro la pezza dietro il vaso di fiori e ti accarezzo, mamma, perch? anche questo ho imparato da te. Il modo di posare la mano e soffermarmi sui particolari che amo di pi?: i tuoi occhi chiari, i tuoi zigomi che rivedo nelle mie sorelle, le tue labbra rosse. Il modo di sfiorare solo con i polpastrelli, pelle che assorbe meglio le elettricit? e le emozioni.

Nel silenzio del cimitero sento la tua voce che mi dice: ?Ci sono alcune parole speciali che non cambiano mai, sia che tu le legga nel verso giusto, sia che tu le legga al contrario: otto, per esempio. Sono cos? importanti che in qualsiasi verso tu le legga, loro mantengono lo stesso significato. Si chiamano palindromi?.
Ed ? vero, mamma, ci sono cose che non cambiano mai. Come il bene che ti voglio, come la tua assenza che non si riempie mai, come odiare il primo novembre.
E ci sono anche persone speciali, secondo me, che non cambiano mai. Che sopravvivono sempre.
Ci sono giorni in cui sei pi? vicina di altri. Giorni in cui mi rendo conto che ogni mio piccolo movimento ? parte di te: le mie mani mentre inizio dagli angoli, mentre pulisco, mentre accarezzo.
Ci sono persone palindrome.
Come te, mamma.
Come te, Anna.

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