Apocalisse

Un gabbiano bianco, all?improvviso, sull?Autostrada del Sole. Forse colpa del sonno che mi gonfia gli occhi. Ha attraversato il cielo con noncuranza, come se quello fosse il suo habitat naturale. L?ho visto perch? avevo gli occhi puntati l?, in alto, come sempre. Non ho fatto in tempo a realizzare quanto lontano fosse il mare, o su quale vento stessero facendo forza le sue ali, che tutto ? cambiato.

L?asfalto, sotto alle ruote della mia auto, ha iniziato a borbottare, tanto da farmi credere di essere in bilico sulla bocca di un vulcano in eruzione. Ho piantato il piede sul freno perch? la strada di fronte a me ha iniziato a spaccarsi, a seguire le stesse curve che seguono le onde del mare. Ho controllato che i finestrini fossero chiusi, come se solo quelle sottili lastre di vetro potessero proteggermi dalla piccola apocalisse che mi stava succedendo intorno. Immaginavo la lava, sotto l?asfalto, divorare le briciole di autostrada, nutrirsi come un bambino appena nato e che ha bisogno di crescere. Improvvisamente ? scoppiato tutto.

Grigio ovunque, prima; un?esplosione di colori, poi. Un esercito di farfalle si ? sollevato dal centro della terra e ha iniziato a volare ovunque, senza direzione o logica alcuna. Ho provato un senso immediato di meraviglia per l?eleganza con cui quelle creature avevano distrutto la terra. Altro che lava. Si muovevano all?impazzata, di una frenesia ossessiva, ma se solo provavo a guardarle tutte insieme, come un unico organo, ecco che il loro movimento diventava lento e dolce, come cotone. Avevano silenziato la realt?.

Un leggero senso di nausea mi ha attaccato al sedile. Niente era pi? al suo ordine: pezzi di guardrail hanno iniziato a galleggiare all?altezza dei miei occhi, cos? come i segnali stradali, e quando ho provato a lanciare lo sguardo gi? dal finestrino, ho realizzato che neanche io ero pi? al mio posto. L?auto fluttuava in mezzo al vuoto, lo stesso che continuava a stimolarmi il vomito e che sentivo espandersi come un gas tra le mie ossa. Non c?era pi? gravit? e gli oggetti si posizionavano nello spazio a loro piacimento.

Anche io mi ero fermato l? per una ragione? Per guardare lo stormo di farfalle allontanarsi nel cielo, ora scuro e ricoperto di rosso? Per accorgermi della logica con cui l?autostrada si era rotta, intrecciando le corsie tra loro in un groviglio che nessuno sarebbe mai stato in grado di districare?

Ho provato l?irrefrenabile desiderio di ribaltare l?auto, come in un incidente, e guardare tutto a testa in gi?. L?orizzonte, con il cielo e la terra, capovolto. Niente aveva pi? senso, e volevo semplicemente assecondare quella follia, morire nel modo pi? assurdo possibile, ma l?auto rimaneva ferma. Quel mondo non rispondeva ai miei comandi, n? ai miei desideri? anzi, ero io a subirli. Me ne stavo fermo, lasciando che le cose succedessero.

Un clacson, forte, nelle mie orecchie. Forse la fine. Ho sbattuto le palpebre, e quando le ciglia si sono schiuse verso l?alto, la luce abbagliante del giorno mi ha stordito.

Tutto ? di nuovo al suo posto, quello giusto, come il mio piede istintivamente finito sul freno e le mani ben strette sul volante. Un autista che passandomi sulla sinistra mi manda a fare in culo. La strada per andare a lavorare, con il ponte di Calatrava che mi indica l?uscita.

E capisco che quell?autostrada era il mio stomaco, la mia pancia.

E che quel gabbiano bianco eri tu.

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