Di spalle

Ti ho sognato, di spalle.
Le avevi basse, rilassate sul divano su cui te ne stavi sdraiato, lo sguardo perso oltre la finestra, i piedi accavallati e comodamente infilati dentro un paio di Vans, i lacci allentati.
Ricordo chiaramente di essermi chiesto cosa ci facevi l?, a pochi centimetri da me, appoggiato in una quotidianit? che sembrava tanto tua quanto mia. La tranquillit? della tua espressione, che indovinavo dal tuo viso a tre quarti, e l?abbandono con cui ti lasciavi sprofondare nei cuscini, facevano sembrare che te ne stessi l? a prendere il sole filtrato dai fori delle tapparelle, ad abbronzare la tua pelle come fosse stato il quindici di agosto in California, e non un luogo rarefatto nella mia mente.

Mi parlavi, di spalle.
Dovrei usare il plurale forse, perch? alla mia destra ricordo un altro divano, un?altra presenza, molto meno rilevante di te, piazzata l? solo perch? anche i sogni hanno bisogno di confini. Io in mezzo, scomodo, su una sedia, con il culo a riempire la conca poco profonda intrecciata nella paglia. Ti ascoltavo, calmo, senza capire se fossero le tue parole causa della mia quiete, o la mia quiete causa delle tue parole. Finalmente mi parlavi. Avevo la sensazione che le mie orecchie di solito tese, in attesa di captare qualsiasi tuo rumore, emettessero un segnale di pericolo che ti spingeva la voce in fondo alla gola, come un animale in una caverna umida, ma sicura.

Ti facevo ridere, di spalle.
Quando rispondevo alle tue domande o con prontezza mi imbucavo nelle tue frasi. Mi godevo quello spazio di pausa dai discorsi, mentre involontariamente il tuo corpo scosso dalle risate ti girava un po? verso di me per regalarmi una nuova prospettiva. E intanto mi facevo domande sui dettagli: la casa in cui eravamo era nostra? Oppure no, magari era solo mia o solo tua, o solo di quella presenza irrilevante sulla destra. Sar? stata di propriet? o, molto pi? probabilmente, in affitto. Pagata pi? a suon di conquiste che di rinunce, speravo.

Ti desideravo, di spalle.
Anelavo a quel piccolo vuoto sul divano, proprio dove la tua schiena rientrava dolcemente. La totale assenza di smania mi faceva sembrare pi? intelligente, credo, pi? risoluto, e allo stesso tempo mi animava dell?illusoria sensazione di poter scavalcare quella montagna che erano le tue spalle, per osservare meglio le forme del tuo viso, del petto e del quadricipite, delle ginocchia e degli occhi ? fino ai dettagli delle iridi e delle pupille.

Cercavo di capirti, di spalle.
Disegnavo la mia idea di te perch? ti somigliasse il pi? possibile, forzando con le dita linee che avevo immaginato altrove. Non avevo considerato che le idee sono creature libere, molto pi? dei sogni, e che subito si riappropriavano delle loro forme, cancellando con dolcezza tutti i pasticci che cercavo di tratteggiare maldestramente. Non volevano somigliare alla realt?.
Guardavo la mia idea di te svolazzare lontano, sgangherata, e farsi piccola piccola mentre ti veniva vicino, controluce. Non ho aspettato che ti raggiungesse e ti si posasse di sopra perch? avevo paura che potesse dissolversi al semplice contatto con la tua pelle, o addirittura ucciderti, tanto avreste potuto essere diversi; l?ho salutata nella mia testa, addio per sempre, e con il pollice e l?indice ad angolo retto puntati in sua direzione, ho sparato.

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