Dormi, Lidia

Questa sera ho iniziato a tremare molto prima del tuo arrivo.

Dormi, Lidia, dormi, continuo a ripetermi. Pi? recito questa preghiera sperando che il signore mi ascolti, pi? i miei muscoli si fanno reattivi e i pensieri veloci. Ma continuo.

L?abat-jour accesa, come ogni sera da due anni a questa parte, proietta sul muro il mio profilo steso sul letto. Guardo quelle linee che non riconosco pi? e che la tua assenza ha deformato senza chiedere il permesso: i fianchi piatti, senza slanci, traduzione di pranzi magri e cene dimenticate.

Tremo, forse per il freddo di novembre. Mi basterebbe sollevarmi, infilarmi sotto le coperte e lasciare che riscaldino la mia pelle stanca. Eppure?

Serro gli occhi, all?improvviso, per farmi piombare nel buio. Lo preferisco: la luce si poggia sulle cose e le chiama per nome. Le immobilizza, le cattura, le ricorda. Il buio, invece, le accoglie, le abbraccia, le buca, le culla, le scioglie, senza fare domande. Le dimentica, se lo chiedi? se.

Eccole che arrivano, le tue dita, come zucchero filato freddo: i brividi mi scuotono cos? profondamente che devo aprire gli occhi. Il tuo tocco mi si incolla addosso, appiccicoso, e gi? so che anche quando porterai quelle mani altrove, per un po? rimarranno su di me.

Ho paura, ho una dannata paura del cazzo. Non sei reale, non sei reale, non sei reale. Non voglio vederti, mai pi?. So che ? difficile crederlo perch? ci siamo amati cos? tanto? e forse guardi divertito a tutti questi piccoli dettagli e pensi che siano per te: la luce accesa per farti strada, il lato destro del letto ? il tuo ? sempre libero e profumato, il mio corpo fuori dalle coperte e rannicchiato pronto per essere abbracciato. E lo sarebbero davvero, per te, se solo ci fossero ossa sotto a questo tocco. Se ci fossero peli, sudore, unghie da baciare.

Deglutisco e stringo i pugni, per comprimere tutta la paura nel palmo delle mie mani: finch? li tengo serrati, posso essere coraggiosa. E allora mi giro sul letto e tengo gli occhi chiusi, perch? non voglio vedere cosa sei. So che non sei mio marito, anche se da quando ? morto continui ad abbracciarmi tutte le notti. Forse pensi che sia romantico, ma non lo ?. Non lo sono le pillole, n? il bicchiere d?acqua pieno che tengo sul comodino tutte le sere per riuscire ad addormentarmi.

Mi giro e ad occhi chiusi ti urlo che devi lasciarmi stare, con tutta la voce che ho.

Che

devi

lasciarmi

stare.

Questo desiderio mi pervade le labbra cos? ferocemente, che scioglie anche la colla del tuo tocco sul mio corpo. Gi? non ci sei pi?. E allora apro gli occhi, e come tutte le sere degli ultimi due anni, ancora una volta non ti vedo, e questa volta so che ? perch? non ci sei davvero.

Non ti ho visto mai pi?.

Sognato, mai pi?.

Farei fatica a ricordare la tua immagine dopo tutti questi anni, se non fosse per le tue fotografie sul comodino. Ma non mi pento di averti chiesto di andar via: i mondi astratti in cui mi venivi a cercare erano troppo incomprensibili per una donna come me.

Ecco cosa faccio io: ti tengo sulle labbra, quando racconto cose nuove di te ai nostri nipoti. In quei momenti per me sei reale, come la pentola che si asciuga sul lavandino, come il rosario abbandonato sul divano, come l?ago e il filo di lana.

Ti tengo sulle labbra, ancora, quando nella solitudine piano sussurro il tuo nome. Non so se assomiglia pi? ad una poesia o ad una preghiera, ma so che mi fa piangere e subito dopo mi fa sentire meglio.

E allora me lo ripasso tra le labbra, come un buon burro cacao: Diego.

Quando ti chiedo di venirmi a salvare.

Di tendermi la mano?

E di portarmi con te.

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