Mani

Non mi sono mai piaciute le mie mani, ma le ho ereditate da mia madre.

Ricordo che le sue erano piene di cicatrici, una ferita qui, ora un graffio l?. Non c?era volta che fossero lisce e levigate come quelle delle signore per cui serviva.

Quando penso a lei, penso alle sue mani piuttosto che al suo volto: l?ho vista tirare la pasta e farne delle pagnotte, con quelle mani; stirare, rammendare, strizzare i panni sotto l?acqua della fontana senza mai battere ciglio.

Mi ha insegnato che si possono fare tante cose, con dieci dita e persino qualcuna in meno: si possono tendere per aiutare o essere usate per mollare ceffoni. Sono uno strumento potente, si decidono i destini di molti anche solo scrivendo una parola.

Nel corso della mia vita, tutti hanno parlato delle mie dita da pianista, malgrado io veda solamente unghia rosicchiate e un pessimo carattere.

Quando ero bambino, paffuto e arrossato per le troppe corse in aperta campagna, mia madre mi ripeteva che avevo delle mani capaci di fare grandi cose. Poi le ho rovinate, cos? come ho rovinato la mia vita.

Aveva ragione, ha sempre saputo vedere pi? lungo di quanto sia riuscito a fare io. ? normale che io stia pensando a lei, adesso?

Le mani rivelano tante cose, ogni imperfezione, mille difetti. Di me dicono che non so amare, o, forse, che amo con troppa forza.

Merito queste cicatrici, in fondo: ho rimesso assieme i pezzi tante volte, ma non ho mai imparato che ci? che ? tagliente non va toccato. Questi sfregi mi ricordano che ho ancora un cuore; rovinato, stracciato, ma pur sempre un cuore.

? parte di me, come il dolore che gli fornisco ? parte di lui.

Le dita formicolano, sono appiccicose. Lasciano andare ci? che stringono e quello cade a terra con un tonfo, sordo come l?urlo che risuona nelle mie orecchie ancora e ancora. L?eco si riverbera nelle ossa, gelido.

Mia madre saprebbe che fare anche in questa situazione! L?affronterebbe con quel suo cipiglio marziale con cui mi ha cresciuto, quell?aggrottare della fronte che celava il lato pi? umano di s? e che ho scorto soltanto in un?occasione.

Mio padre era rientrato a casa ubriaco fradicio e l?aveva picchiata, senza una ragione apparente, chiamandola strega. Ripeteva di sapere tutto, spergiurava che le avrebbe impedito di fare agli altri quello che aveva fatto a lui.

Di quel giorno ricordo le botte e il capezzolo di mia madre che gocciolava sangue. Nella stanza accanto al luogo del fattaccio, l?ho vista piangere e farsi vulnerabile, assistendo alla reazione chimica che l?aveva portata infine da essere ferro ad acciaio.

Il legame che l?univa al mostro che chiamava marito, che l?aveva fatta innamorare, era stato tanto forte quanto distruttivo. Ma quel giorno le lessi in faccia che si era fatta una promessa e che non avrebbe permesso pi? a nessuno di toccarla.

Fu allora che dovette pensare per la prima volta a quella parola, omicidio, e al modo in cui le sue mani, sempre dedite a lucidare e servire, avrebbero anche tolto la vita.

Mamma, saresti fiera di me adesso? Di quello che ho fatto?

Lei ha scelto di tradirmi, proprio come pap? scelse di malmenarti per rifarsi di una vita che gli stava stretta.

Non ? stata colpa mia, lo giuro: le ho donato il mio cuore, come potevo pensare che un giorno lei me lo avrebbe restituito come carta straccia? ? rimasto qui a terra, rotto; pian piano si ? fermato come il cuc? di un orologio meccanico.

Accanto ad esso giace l?uomo che me l?ha portata via, sulle guancia ha lo stesso pallore di morte che aveva addosso pap? quel giorno.

Guarda mamma, sono state le nostre mani a farlo.

 

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