Ricordavo

Era stato strano tornare. Le cose erano cambiate nel corso di tutti quegli anni, eppure quel mutamento aveva avuto cura di preservare lo scheletro robusto della casa, gli odori del giardino e il panorama dal terrazzo.
?Assaggia? mi dici e mi allunghi un cucchiaino. Distrattamente lo infilo in bocca senza guardare di cosa si tratta, ma subito lo capisco. Quel gelato al pistacchio che mi faceva impazzire. ? esattamente come lo ricordavo.
Quello che non ricordavo, invece, era perch? avevo deciso di andarmene da quel posto. Vedevo chiaramente le infinite giornate di giugno, le scale su cui ci rincorrevamo come pazzi, le grandi finestre che utilizzavamo come imbuti di luce, piazzandoci nella fessura in cui pioveva il sole; insomma, le cose che amavo. E il resto, invece?
?Resti questa volta?? mi domandi.
?Non lo so? e nel dirtelo provo la stessa amarezza che mi attraversa tutte le volte che ho questa risposta pronta per te, come un arbitro con la mano sempre in tasca, pronto a puntare il suo cartellino giallo. Ti guardo, la mia sorella maggiore, seduta sulla sedia dall?altra parte del tavolo. Era sempre apparecchiato d?estate, quando si faceva ora di pranzo e di cena. Mamma portava tutto in tavola e mangiavamo graziati dalla luce naturale e dall?aria gentile.
Improvvisamente una mosca si aggrappa al filo dei miei pensieri e comincia a tirare verso il gelato, riportandomi al presente. Si poggia sul pistacchio freddo, con le zampe cariche di sporco e batteri. La guardo incantato mentre tu agiti la mano velocemente, per scacciarla. Quella riprende a volare, lontano, con il filo dei miei pensieri ben stretto attorno alla sua zampa.
Gli insetti, ecco cosa mi aveva fatto andar via.
C?erano giorni, in quella pianura schiacciata sotto lo smog, in cui il caldo diventava insopportabile. Mangiavamo, ognuno al proprio lato dal tavolo, con le gocce di sudore che ci colavano dalla fronte, e la brocca d?acqua sempre rinfrescata dal limone e i cubetti di ghiaccio. Quando avevamo finito, per ripagare le ore davanti ai fornelli di mia madre, mi alzavo sempre io e mi caricavo sul braccio i piatti sporchi, nell?altra mano i bicchieri. Puntavo con gli occhi la porta di ingresso, sempre socchiusa, e iniziavo a camminare con la pancia sempre troppo piena. C?era qualcosa, in quel particolare momento, che sembrava attirarli: senza fare rumore iniziavano ad infilarsi sotto la maglia, incollandosi tra il tessuto e la pelle sudata. Non potevo reagire, con le mani occupate, cos? iniziavo ad agitare le spalle; piccoli spasmi per scrollarmi di dosso quel fastidio. A volte mi sembrava di sentirli intrappolati tra i peli delle ascelle, appoggiati sui padiglioni delle orecchie, o in punta di piedi sulle mie labbra. Ero completamente indifeso davanti a creature grandi come una pellicina delle mie unghie.
A volte quasi pensavo che quegli animaletti non esistessero nemmeno, perch? non ci disturbavano mai durante il pranzo, solo durante quello stupido tragitto verso la porta di casa.
Un giorno, per la foga di scrollare le spalle, avevo fatto cadere tutti i piatti e i bicchieri per terra: in quell?ammasso di pezzi rotti, avevo visto chiaramente quegli insetti come le abitudini che mi stavano uccidendo, lentamente. Mi si erano infilate sopra, come quegli insetti fantasma, dettando i ritmi della mia esistenza. Non era stato sufficiente agitare la schiena, o scalciare, per allontanarle: ero dovuto andar via.
Mi era sembrato tutto cos? insopportabile un tempo, eppure era bastata un po? di aria ossigenata, al di fuori di quella pianura e di quella cappa di smog, per cancellare dalla mia mente, per dimenticare gli insetti. Il gelato al pistacchio, invece, mi aveva accompagnato sempre. Cos? come la voce di mia madre, i poster della mia stanza e la chitarra sempre scordata.
Affondo il cucchiaino nel verde e lo poggio al centro della mia lingua, lasciando che quel sapore mi insegni una cosa: che il bello rimane, pi? forte di tutto il resto. Che scrive a caratteri grandi e con una grafia semplice, per farsi leggere anche dagli occhi gonfi, stanchi o vecchi.
Che il ripetersi e l?inerzia, a un certo punto della vita, diventano essenziali.
Tolgo le mani dai pantaloncini, butto via il fischietto, straccio i cartellini e le risposte gi? pronte. Il calcio non ? mai stato il mio forte.
?S?, questa volta resto?.

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