Scrivi

?Pap? continua a scrivere, pap? continua, pap?.?
Questa maledetta voce continua a sbattere contro le pareti del mio cranio, un gesso che stride sulla lavagna. Non ce la faccio pi?. Devo scaricare. Serro l?indice in mezzo ai denti, mordo, chiudo gli occhi nella speranza che le orecchie possano accartocciarsi da sole. Isolarmi.
?Pap?, scrivi? mi urla contro.
Deglutisco. La saliva, unghie corte che graffiano un muro ruvido, lentamente, si consumano fino a scoprire la pelle. Le mia mani sanguinano e lasciano carne viva, fanno cadere la penna sul tavolo. Sono stremato, non posso continuare cos?.
Lui ? triste, come sempre.
Non ho ancora capito se si possa definire tristezza l?assenza che vedo riempire il suo sguardo. Ci sono tanti di quei termini simili… amarezza, malinconia, disillusione, delusione, perdita. A quale di questi dovrei associare i suoi occhi? Non so dirlo, non riesco a definire i confini di queste parole, comprendere il momento in cui l?una fluisce nell?altra, l?intersezione in cui possono fondersi e convivere, e allo stesso tempo le linee spigolose che le dividono inequivocabilmente. Semplicemente non riesco a pi? orientarmi tra le parole, ecco quanto ? annebbiata la mia vista.
?Pap?, ti sei fermato, continua a scrivere? incalza, quasi piange.
Povero figlio mio. Soffro mentre lo guardo cos?, disarmato. Solo in mezzo al mondo, ingenuo, confuso. So che le sue gambe fragili possono riuscire a tenerlo in piedi, ma lui non ne ? consapevole. L?unica cosa che vuole ? trovare rifugio tra le mie braccia, nel mio inchiostro. Ma io non posso pi? continuare cos?. Ho esaurito tutto, anche i pensieri. Ripetermi ? tutto ci? che faccio. Sempre la stessa storia. Ancora, ancora, e ancora. Mi sento una macchina.
?Pa??
Lo sta per dire di nuovo. Ho un?allergia a questa sillaba. Pap?. Pa. Pa. Una sillaba ripetuta. Non posso ascoltarla una volta di pi?.
Mi ritrovo in piedi, il ginocchio sbatte contro la scrivania, forse mi sono fratturato l?osso. I miei occhi lo divorano, l? seduto alla finestra, indifeso. Vorrei urlargli di scappare, di mettersi al sicuro, ma sono una bestia adesso. Non ho il controllo. Mi lancio su di lui, lo sollevo dal colletto della maglia. ? cos? leggero che lo potrei scaraventare fuori da questa finestra. Morirebbe di sicuro, prima attraversato dalle schegge di vetro, poi dall?aria dei cinque piani che lo separano dall?impatto. Invece lo sbatto per terra, sul pavimento. Le mie dita scheletriche non mi sono mai sembrate cos? forti come intorno al suo collo.
Non posso demordere. Basta emozioni da esorcizzare, da fermare nel tempo, da pulire.
Stringo. Sento le sue vene gonfiarsi per cacciarmi indietro tutta la pressione che sto esercitando sulla sua pelle, ma neanche questo mi fa desistere. Lo voglio uccidere. Voglio soffocarlo, una volta per tutte. O sar? lui a soffocare me. Sento le dita premere contro le corde vocali, bloccare il flusso d?aria che permette alla sua voce di chiedermi di scrivere. Non lo voglio sentire, mai pi?. Basta chiamarmi pap?. Basta scrivere. Basta tutto.
Piango – perch? mi ritrovo a piangere, che succede. Lui ? a terra, impassibile, e come se niente fosse si rimette a sedere. Le mie mani abbandonate lungo i fianchi – come sono finite qui, prima erano sul suo collo. Sono meno stanche, per?. Non sanguinano pi?. Riesco quasi a respirare. La bestia dorme.
?Pap?, ne ho bisogno. Scrivi, per favore, ti eri addormentato? mi dice dolcemente.
?Lo so piccolo mio, lo so. Ci sono qui io? gli sussurro nell?orecchio.
Va tutto bene, ha ragione, non ? successo niente. Solo un altro piccolo uragano, ma ? gi? passato. Sono io l?adulto qui e anche se preferirei correre, urlare, piangere, cantare, parlare, ballare, scappare, so che c?? un solo modo per potermi prendere cura di entrambi, l?adulto e il bambino: sedermi alla scrivania, poggiare la mina sul foglio bianco, ascoltare il mio corpo, e scrivere. Ancora, ancora, e ancora.

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