Sottovoce

Avevo capito qual era sempre stato il mio errore: rivelare i miei segreti al mondo.

Quando davo un nome alle cose e da intimi pensieri decidevo di trasformarli in storie da raccontare, ecco che quelle stesse cose e quelle stesse storie iniziavano a sbriciolarsi, come non fossero mai esistite veramente. Un sogno. Ogni successo annunciato, se condiviso con il mondo, diventava un fallimento assicurato.

Iniziavo a vedere lo spazio intorno a me come un recipiente di brutture, in cui le cose belle non erano in grado di sopravvivere a lungo. Esse si muovevano in quello spazio come bagliori appena accennati, riflessi, sensazioni da rincorrere con lo sguardo e da cercare di tenere strette al petto. Ma il loro posto era per terra, senza vita.

Mi domandavo cosa fosse ad ucciderle, del mondo. Avevo ipotizzato fosse il contatto con l’aria, che le arrugginiva e faceva perder loro l’elasticit? necessaria per superare le avversit?. O magari era colpa dell’effetto passaparola, che le rimbalzava da una bocca all’altra, privandole del loro umami, quel sapore unico che invece io percepivo nel mio palato. O forse ero proprio io il problema: la mia pelle nociva per cui non avevo ancora trovato un antidoto da somministrare a tutte le speranze che decidevo di battezzare sulle mie labbra.

Ecco cosa avevo deciso, allora: di tenerti segreto, dentro di me, al sicuro.

Di non darti mai un nome, mai ad alta voce. Di non raccontarti mai, mai con nessuno che non fossi te, quando avevo bisogno di ricordarti quanto eri speciale.

Di lasciarti depositare, lentamente, sulla bocca dello stomaco, fino a quando non mi saresti colato dalle labbra per troppa abbondanza.

E anche allora avrei pronunciato il tuo nome piano, nello stesso modo in cui riesco a volere bene, nascondendomi tra i gesti.

Sottovoce.

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